Good Vibes, visto da chi lo ha vissuto
A raccontare Good Vibes è una delle ragazze che ha partecipato al bando #LiberaCreatività e che ha vissuto da vicino il percorso che ha portato alla realizzazione del festival. Un punto di vista personale, che ripercorre la nascita del progetto e il modo in cui diciassette idee diverse sono riuscite a incontrarsi e trasformarsi in qualcosa di condiviso.
Data:
10 Agosto 2026
A raccontare Good Vibes è una delle ragazze che ha partecipato al bando #LiberaCreatività e che ha vissuto da vicino il percorso che ha portato alla realizzazione del festival. Un punto di vista personale, che ripercorre la nascita del progetto e il modo in cui diciassette idee diverse sono riuscite a incontrarsi e trasformarsi in qualcosa di condiviso.
“Il tutto è maggiore della somma delle parti”.
Mettendo insieme più elementi non si ottiene la loro somma, ma qualcosa di nuovo, che non somiglia a nessuno di loro presi singolarmente e che dagli elementi di partenza non si sarebbe potuto prevedere.
Questa massima viene attribuita ad Aristotele ed è il motto della psicologia della Gestalt. L’impressione è che questa idea possa valere per parecchie cose. Pensiamo alla musica, come alla cucina, come alla chimica: in tutti e tre i casi gli elementi di partenza, una volta combinati, diventano qualcosa di totalmente nuovo, un’entità a sé stante.
Anche Good Vibes, quest’anno, ha funzionato più o meno così. Ma per raccontarlo conviene partire da qualche mese prima.
Marzo 2026, prima riunione. Piove. I ragazzi e le ragazze corrono dentro per ripararsi e ad aspettarli c’è un grande cerchio di sedie. Ombrelli e giacche appoggiati come meglio riescono, si siedono, si osservano. Qualcuno si conosce già e si scambia due battute, ma per la maggior parte dei diciassette gruppi selezionati dal bando #LiberaCreatività è il primo incontro. Le educatrici del Progetto Giovani Treviso prendono la parola e comincia la prima delle molte conversazioni che sarebbero seguite nei mesi successivi. Tutti sono entusiasti di presentare il proprio progetto, di mettere in vetrina il proprio pezzetto.
In quella stanza si parla del “3 e 4 luglio” come si parla di un miraggio: una data che si nomina di continuo, che si immagina, su cui si fanno previsioni e che però sembra non arrivare mai. Ci si organizza per qualcosa che non si riesce ancora a vedere davvero, perché a marzo il festival non esiste da nessuna parte se non nella testa di chi lo sta immaginando, e ognuno lo sta immaginando a modo suo.
Poi il tempo passa e qualcosa si muove. Ognuno trova il proprio compito. Chi si offre per le grafiche, chi per i testi e la comunicazione, chi per l’organizzazione dei gruppi. Gli orari si incastrano, gli spazi si dividono, le competenze passano da un gruppo all’altro. Riunione dopo riunione, senza che nessuno l’abbia deciso in un momento preciso, i progetti smettono di essere diciassette cose separate.
E poi il “3 e 4 luglio” smettono di essere una data, un miraggio, e diventano due sere. Cose che per mesi erano state righe su un foglio si ritrovano tutte nello stesso posto, una dopo l’altra: un talk sull’arte, un’orchestra d’archi, un mercatino di vestiti, un dj set, una band, un laboratorio sugli sticker…
Alla fine di quelle due sere, il miraggio non era più tale, e il festival non era più quello che ognuno aveva immaginato a marzo. Era un’altra cosa: diciassette progetti che, messi insieme, avevano prodotto qualcosa che nessuno dei diciassette conteneva. Un po’ come le note e le melodie. Un po’ come le ricette.

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